INTERVISTA A PAOLO BELLOMO [A CURA DI ROSARIA RUSSOMANNO]

L’amore per la letteratura, la lettura, la lingua e la sua trasmissione grazie al mezzo della traduzione, è immediatamente percepibile nel modo di esprimersi di Paolo Bellomo. Facile definirlo libraio, traduttore e drammaturgo, ma sicuramente riduttivo.

Figura complessa del mondo letterario italo-francese, dopo un’esperienza Erasmus, Paolo si è stabilito da ormai circa un decennio nella capitale francese e rappresenta perfettamente lo spirito dell’espatriato che non riesce più a fare a meno di nessuna delle due realtà linguistiche in cui vive.

Partito da Bari, non aveva ancora pienamente coscienza di cosa fosse veramente per lui la traduzione. Oggi, dopo una specializzazione in traduzione editoriale, un dottorato in letterature comparate e diverse pubblicazioni all’attivo, le sue idee sono molto più chiare.

Ho avuto la fortuna di conoscere Paolo nel mio percorso universitario a Paris VIII, in quanto membro fondatore del collettivo di traduzione teatrale “La langue du Bourricot”, e di collaborare con lui a due lavori del collettivo.

“Paolo, leggendo il tuo percorso, quasi rimpiango di non averne avuto l’occasione di saperne di più prima. Ti va di raccontare come ti sei avvicinato al mondo della traduzione? Cosa ti ha spinto a diventare traduttore?”

“Innanzitutto, c’è stata la scoperta del piacere di parlare le lingue straniere. Questa scoperta è avvenuta con l’esperienza Erasmus e con una pratica della lingua che avveniva “dal vero”, in relazione con le persone (è così che ho imparato il francese e lo spagnolo). L’inglese, invece, l’ho imparato sui banchi di scuola, motivo per il quale probabilmente, durante i tentativi di conversazione, sento sempre la presenza di un super-io giudicante. Poi, a un certo punto, mi sono reso conto che la traduzione era qualcosa che coinvolgeva la mia scrittura in un modo diverso. Come se potessi spegnere il cervello da un lato e accenderlo dall’altro. Appena ho cominciato a tradurre fuori dall’ambito universitario, ho trovato un lato ludico nella traduzione, nonostante fosse un lavoro. C’è qualcosa di godereccio, come risolvere un enigma, e questo mi ha avvicinato naturalmente verso questo settore. Recentemente mi sono chiesto se non fosse legato alla condizione bilingue in cui sono cresciuto (dialetto barese e italiano), esperienza in cui si traduce di continuo senza rendersi conto di star traducendo. Ci ho pensato per la prima volta tre o quattro anni fa, quando ho ritrovato una traduzione di Catullo in dialetto che avevo portato all’esame di maturità e che avevo dimenticato. Si trattava sicuramente di una provocazione, data la percezione del dialetto in ambito scolastico, ma una provocazione che aveva un senso: forse, senza saperlo stavo già costruendo la mia identità di traduttore che non crede alla stigmatizzazione delle lingue.”

“L’hai già accennato un po’, ma ti andrebbe di raccontare quanto la tua esperienza all’estero abbia influito sulla tua esperienza di traduttore?”

“Be’, assolutamente un’esperienza fondatrice, perché una parte di me ha cominciato a sentire il bisogno di condividere quello che leggeva qui con le persone lasciate in Italia, e un’altra parte voleva condividere quello che non era stato tradotto in francese, con le persone che incontravo qui. C’è stato un periodo, poco prima di iniziare la magistrale in traduzione, in cui mi ritrovavo nella mia cameretta, a tradurre brani di alcuni romanzi, poesie, opere teatrali, anche se esistevano già tradotti. Solo per il piacere di tradurre. E mi succede ancora. Ci sono due autori con cui mi è successo in maniera estrema, viscerale. Uno è Roberto Bolaño con “I detective selvaggi”, dallo spagnolo. A parte tutto il piacere che ne ho tratto dalla lettura, sentivo una spinta verso la traduzione, una vera pulsione traduttiva. E la qualità della traduzione esistente in italiano – Ilide Carmignani ha fatto un lavoro straordinario – contava poco, era una cosa tra me e il testo. Non si tratta quindi di un senso d’insoddisfazione legato alla traduzione esistente. C’è una parte di me che quando ama un’opera, vuole tradurla. E il secondo è un autore francese che vive in Canada, Paul Kawczak, con il suo primo romanzo (bellissimo), “Ténèbre”. Non era ancora stato tradotto in italiano, ma una casa editrice è stata più rapida e i diritti erano già stati acquistati. Ma non importa, la relazione intensa con quella scrittura resta, anche se in ambito privato… Quelle pagine tradotte le conservo con cura.”

“Paolo, parte del tuo percorso è incentrato sulla traduzione del comique. Da dove è cominciato il tuo interesse per quest’ambito?”

“In questa doppia presenza-doppia assenza di vivere all’estero, mi ha interessato sin da subito come si fa a far ridere in un’altra lingua. Tra gli amici con cui ho stretto amicizia fin dall’Erasmus, Martin, con la sua comicità particolare, mi ha iniziato agli umoristi francesi (Desproges su tutti). Tra l’altro, io venivo da un amore per Daniele Luttazzi e per quello spazio pedagogico sul comico straordinario rappresentato dal suo blog. Quando poi mi sono iscritto all’università, nel momento in cui ho dovuto presentare un progetto di traduzione, sono andato naturalmente verso la traduzione del comico perché, dal punto di vista accademico, non avevo ancora sviscerato l’argomento. C’è stato questo primo appuntamento con Paradise di François Boulay, un libricino in cui c’è questa famiglia, – Jojo la charpente che è il padre, Marie che è la madre e Gesù che è il figlio, – che abita questa banlieue apocalittica. La loro vita tremenda è descritta con questo humour desacralizzante, molto sporco. E poi l’incontro con Les Cent Contes drolatiques di Balzac, un’impresa in cui sono ancora coinvolto e che solo un nuovo confinamento mi aiuterebbe ad accelerare senza avere l’impressione di passare tutte le mie giornate a tradurre. Nel leggere quest’opera, che Balzac ha scritto facendo il pastiche di Rabelais, nasce una risata che deve molto anche alla traduzione dei novellisti italiani, Boccaccio in primis. Il lavoro di Balzac funziona perché sotto una grafia arcaizzante – quella del Cinquecento francese – si nasconde un francese dell’Ottocento. Ora, in Italia la grafia è stata uniformata con la stampa, quindi il mio divertimento folle mi ha spinto a spulciare la grafia dei manoscritti del ‘300, del ‘400.

Per tornare al comico in senso ampio, penso che, da qualche parte, c’è il Paolo che vuole sedurre il lettore tramite la risata. Tradurre la comicità fa esistere appieno quella parte di me, non è un caso se tra gli autori su cui lavoro c’è anche Alessandro Robecchi, e non è un caso che lo traduca a quattro mani con Agathe Lauriot dit Prévost, di cui ho apprezzato il gusto per la risata.”

“A questo proposito, il tradurre verso una lingua che non è la propria lingua materna è un po’ un tabù per i traduttori. Tu, tuttavia, ne hai fatto una parte importante della tua esperienza. Come è successo?”

“Innanzitutto, c’è una questione meramente pratica, nel senso che lavorando in libreria in realtà poi finisco per avere molti più contatti con gli editori francesi che con quelli italiani. D’altro canto, ormai sono quasi dieci anni che vivo qui e finisco per essere competente e incompetente in una lingua come nell’altra. Inizio a sentirmi come su un pendolo: perdo la padronanza dell’italiano ma non ho ancora la maîtrise totale del francese. È una posizione che mi piace politicamente e poeticamente, perché è una posizione che mi obbliga a fare appello agli altri. Quindi, quando traduco verso il francese, devo fare appello a dei co-traduttori o a dei più-che-revisori, e quando traduco verso l’italiano in realtà chiedo a delle persone di cui mi fido, dotati di una spiccata sensibilità letteraria o che lavorano all’edizione, di rileggere il lavoro prima di mandarlo all’editore. Questo mi obbliga a tessere legami, per questo è una posizione che mi piace “politicamente”. È qualcosa che mi mette sempre di fronte al fatto che una lingua non ha padroni. Non possiedo una lingua più legittimamente di qualcuno che l’ha imparata come seconda lingua. Questo mi sottrae la padronanza dell’italiano, che è un’esperienza che ho fatto già da piccolo con l’italiano regionale imparato in famiglia, per strada. All’estero incontri persone provenienti da tante altre regioni e ti rendi conto che, ci si capisce, certo, ma ci sono tutta una serie di espressioni che fino a poco prima usavi nel quotidiano e che vedi che non funzionano perché sono regionalismi, e che anche gli altri ti parlano con espressioni davanti alle quali ti fermi chiedendoti: “ma che significa?” Rendere meno predominante la mia padronanza dell’italiano mi permette di vivere l’esperienza di non possedere una lingua, di non farmi possedere da una sola lingua.

Per inserirmi anche nei dibattiti che sono propri alla nostra epoca, è importante in quanto uomo mettersi in una posizione di non padronanza, agire come una minoranza all’interno della lingua.

Il maschile ha tendenza, per il modo in cui funziona la società, a essere in una posizione di maggioranza e di padronanza, due aspetti che spesso vanno di pari passo col potere. Io, invece ho sempre avuto una tendenza a sottrarmi, come un movimento incosciente di cui mi rendo conto solo ora.”

“Paolo, mi racconteresti una delle più grandi difficoltà del tuo percorso o uno dei più grandi successi?”

“La traduzione dell’opera di Emma Dante “Io, Nessuno e Polifemo” con il collettivo La langue du Bourricot, ha rappresentato uno dei momenti più difficili, ma che ha portato a un gran successo. La difficoltà della traduzione risiede nel fatto che nell’originale sono presenti l’italiano, il napoletano e il siciliano. Bisognava tradurre più di una lingua, far esistere in un testo straniero varie lingue senza ricorrere alle lingue esistenti. È proprio uno degli scogli più grandi della traduzione, un sommo esempio d’intraducibile col quale ci si scontra quando si traducono Joyce, Gadda. Quando si traduce, si traduce verso una lingua, una sola. Si traduce verso il francese o verso l’italiano. Fortunatamente, ci sono delle opere che spingono a destrutturare questo luogo comune e a creare questo spazio eterolingue in cui è difficile definire il confine tra una lingua e l’altra. È stato proprio quello il bello di lavorarci, quel passare dal dialetto all’italiano, dall’italiano al dialetto, con momenti in cui erano facilmente comprensibili e altri no. Forse, la nostra traduzione mette ancora più in luce rispetto all’originale di Emma Dante questo confine indefinito tra una lingua e l’altra, tra un dialetto e l’altro. Nel senso che i dialetti fittizi inventati da noi, sono più vicini al francese di quanto il siciliano o il napoletano lo siano all’italiano. Rendono più porosi i confini della lingua. I dialetti francesi della nostra traduzione sono meno radicali e forse per questo aiutano meglio a riflettere sulla transizione.”

“Paolo, quanto teatro c’è nella traduzione?”

“La traduzione è performance. Per me è essenziale rileggere il testo intero ad alta voce, lo faccio sempre. Se io o uno dei miei co-traduttori rileggiamo e inciampiamo, l’inciampo è qualcosa di bellissimo, perché ti può segnalare sia un punto particolarmente bello del testo, proprio per la sua ambiguità, la sua stranezza, sia un difetto della traduzione.

Tornando al teatro, quando leggo un testo per tradurlo, immagino che sia percorso da voci, come se la scrittura fosse una specie di grammofono, e che ogni parola, ogni frase meriti di essere spazializzata. Musica acusmatica.

Poi c’è qualcosa proprio alla traduzione teatrale, nel senso che l’esperienza del collettivo del Bourricot e poi anche il lavoro di drammaturgia, ha cambiato completamente la percezione di quello che va tradotto. Se quando traduco la letteratura, l’approccio è letterario, quando traduco il teatro, l’approccio è drammaturgico. Non che imprima una lettura drammaturgica alla traduzione, a meno che non la faccia per un regista in particolare. Il testo teatrale, a parte quello che dice apertamente, è un testo disseminato d’indizi che permettono sia agli attori sia ai registi di metterci del loro. Ad esempio, ultimamente stavo lavorando sulla traduzione e sulla drammaturgia di Lagarce, “Juste la fin du monde”. A un certo punto, nel testo, c’è un intermezzo, in cui tutta la struttura esplode. Si vede che i personaggi sono persi ed è forse una delle fratture maggiori del testo. Ora, il problema risiede nel fatto che niente, apparentemente, di quello che è successo fin lì giustifica un tale cambiamento. Perché si passa all’intermezzo? Sta al regista scovarlo, certo. Nel tradurre una parola “teatrale” però, io devo pormi la domanda per cercare di trovare nel testo che precede o che segue, gli indizi di questo cambiamento. Le piste possono essere plurime, ma io devo lasciare aperte queste piste facendo a volte delle traduzioni che possono anche sorprendere, se si confrontano i due testi. A volte vanno fatte scelte forti in cui non è il senso che primeggia, ma le possibilità lasciate aperte per chi a teatro ci lavora.”

“Mi permetto di farti un’ultima domanda. Quale consiglio daresti a un traduttore neofita?”

“Di parlare, di stringere amicizie, di federarsi, di essere meno orsi, di partecipare alle fiere, di incontrare altre persone che fanno lo stesso percorso. Di parlare con i librai che possono dare dei veri consigli su quale sia un autore che possa trattare di un determinato argomento, o su una casa editrice che tratta una branca specifica, anche se piccola.

Per i debuttanti, di cercare amici di amici di amici che lavorano, più o meno direttamente, nella case editrici. Di scrivergli, proponendogli semplicemente di prendere un caffè, per capire anche i codici del mestiere. Perché chiacchierando con gente che lo fa già, con gente che fa parte della filiera del libro, è più facile comprendere i codici del mestiere ed evitare gaffe che possono sempre essere seccanti.

E per i traduttori più esperti, di non temere di condividere ciò che conoscono con i traduttori neofiti, perché di lavoro ce n’è per tutti.”

Grazie Paolo per il tempo che mi hai dedicato, non in una ma in due occasioni, a causa di un problema tecnico che ha fatto del nostro primo incontro virtuale, un video senza audio.

Uno scambio arricchente, di cui mi spiace non poter condividere la passione che si percepisce in quel che Paolo racconta con semplicità e tutti i contenuti di cui mi ha fatto partecipe, su cui si potrebbero scrivere ancora molte pagine. Il peccato più grande è anche quello di non riuscire a condividere i sospiri e le interiezioni che hanno aggiunto alle parole di Paolo un senso più profondo alle parole di Paolo.

Grazie per gentilezza che hai avuto nel condividere tutto questo con noi.

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