INTERVISTA A GASSID MOHAMMED [A CURA DI MARGARET PETRARCA]

Poeta, scrittore, traduttore, insegnante. Gassid Mohammed, nato a Babilonia, in Iraq, nel 1981, si trasferisce da Baghdad a Bologna per continuare gli studi. Nel 2011 si laurea in Italianistica e in seguito, nel 2015, consegue il dottorato.

Oggi è docente di Lingua e Letteratura araba presso l’Università di Bologna, l’Università di Macerata, l’Università IULM (Milano) e l’Istituto di Alti Studi Carlo Bo (Milano). Nel 2017 ha pubblicato con la casa editrice L’arcolaio una raccolta di poesie, La vita non è una fossa comune, ma i suoi testi sono apparsi anche su varie riviste cartacee e online, e in diverse antologie. Dall’italiano all’arabo ha tradotto: Il corsaro nero di Emilio Salgari (Al Mutawassit), La bella estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit), Senilità di Italo Svevo (Waraq); dall’arabo all’italiano: Le istruzioni sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra D’Ulivi), Fuga dalla piccola Roma di Haji Jabir e Una barca per Lesbo di Nouri al Jarrah (L’arcolaio).

Gassid, però, non è solo un poeta o un traduttore. È una persona sensibile e gentile, che, come gli ho detto dopo l’intervista, ha il potere di fermare il tempo. In un mondo sempre di fretta, abbiamo bisogno di gente come lui, in grado di farci riflettere e considerare cosa sia davvero importante. Quando ha acconsentito a farsi intervistare, sono stata contentissima, perché sapevo già che la nostra sarebbe stata una chiacchierata davvero speciale.

Vi lascio alle sue parole e vi invito a dare un’occhiata alle sue opere.

Gassid, sono tante le domande che vorrei farti, sia in quanto traduttrice che in quanto linguista. Iniziamo con quella più banale. Tu sei nato in Iraq, ma vivi in Italia da ormai molto tempo. Qual è il tuo rapporto con l’arabo e l’italiano? Cosa preferisci dell’una o dell’altra lingua? Ti senti a casa in entrambe?

Sono le due cose che mi tengono in vita. Non solo metaforicamente, ma anche realmente. Io lavoro come docente universitario, insegno lingua e letteratura arabe. Senza l’italiano non sarei riuscito a lavorare, e senza l’arabo, ovviamente, nemmeno. Quindi sono grato per le due lingue, perché mi garantiscono il sostenimento. Non è una cosa scontata.

Come scrittore, invece, le due lingue per me sono come un sesto senso; con cui tasto il mondo, lo scopro, lo accolgo e mi faccio accogliere. Noi, umani, in metà siamo quello che facciamo, e in metà siamo quello che diciamo. E probabilmente quello che diciamo (la lingua) è la metà più grande, ed è ciò che distingue l’uomo dalle altre creature: noi ci presentiamo per quello che diciamo, a partire dal nome, che è una parola! Il pensiero, che è la nostra essenza, seppur non ha lingua, ma per esprimerlo utilizziamo le parole. Questo uso non è riservato solo agli artisti, ovviamente, ma è a portata di tutti, se lo si vuole. E dico se lo si vuole, perché essere madrelingua non significa padroneggiare la propria lingua. (Anche se, in realtà, è la lingua a essere la nostra padrona, e non il contrario). Comunque, utilizzare la parola giusta, nel momento e nel contesto giusti, ci rende più raffinati e sublimi. La lingua è cultura, è arte, è bellezza, è tutto. Proprio per questo io rincorro le due lingue, come un innamorato, carezzo una parola araba, faccio l’occhiolino a una parola italiana, cerco di metterle insieme, o di prenderle in mano e camminarci in mezzo. Non preferisco una all’altra, anzi, le preferisco a me stesso. Non litigano mai dentro di me, ma si integrano e si arricchiscono, e mi completano, mi aiutano a capire il mondo in modo migliore. E semmai realizzo qualcosa nella mia vita sarà grazie alla conoscenza di queste due lingue, anche per questo sono loro di nuovo grato.

Se mi sento a casa? Sì, in entrambe. E anche questo non è solo metaforico. Mi spiego: quando torno in Iraq faccio uno scalo all’aeroporto di Istanbul. Appena arrivo, comincio a sentire voci familiari, soprattutto irachene, e già mi sento a casa. La stessa cosa succede al mio rientro in Italia, sempre a Istanbul: appena sento parlare italiano mi sento meno solo, mi pervade un senso di familiarità che mi avvicina a casa mia, in Italia.

Hai tradotto i grandi di lingua italiana e araba in una e nell’altra lingua. Trovi ci sia differenza nel tuo modo di approcciarti alla traduzione di un testo dall’italiano all’arabo rispetto a uno dall’arabo all’italiano? Ci sono difficoltà o semplicità particolari quando traduci in una combinazione linguistica rispetto all’altra? C’è una combinazione che preferisci?

Tradurre è un cammino di ricerca nei labirinti della conoscenza, delle culture, delle tradizioni sociali ecc. È anche un’ascesa dura verso la vetta: il culmine dell’ascesa è trovare la parola, la frase o l’espressione esatta. Ed è un lavorio difficile in entrambe le lingue, perché non si tratta semplicemente di volgere una parola nella sua equivalente dell’altra lingua, ma è riportare il senso, le emozioni, i dolori e le sorprese. La difficoltà sta nel riuscirci. Oltre a ciò ci sono particolari difficoltà nel trasmettere certi concetti colturali, tipici dell’una o dell’altra cultura, o i giochi di parole cose del genere. Queste difficoltà sono maggiori quando traduco verso l’italiano, in quanto non sono madrelingua, e la sfida diventa maggiore, ed è per questo che mi piace. Devo dire però che ci sono molti strumenti di ricerca che semplificano il lavoro, a partire dai vocabolari e dalle enciclopedie italiane e molti altri elementi che mi aiutano, come chiedere aiuto, umilmente, a degli amici.

Sei un poeta, oltre che un traduttore. Hai pubblicato una raccolta di poesie nel 2017, La vita non è una fossa comune. Quale ruolo gioca la lingua all’interno dell’opera? Ti piace inserire elementi arabi, anche linguistici, all’interno dei tuoi racconti e poesie?

La lingua, soprattutto quella artistica, è un mezzo sublime per dialogare con l’altro, e io posso farlo con l’italiano, per cui non mi sembra necessario complicare la questione per il lettore italiano, laddove non è necessario. Utilizzare termini che rendono difficile concepire il testo, interrompendo, probabilmente, il flusso di sentimenti, sensazioni e concetti ecc., non mi sembra vada a favore del testo. Tuttavia, molti dei miei racconti e delle mie poesie riguardano il mio paese, quindi per forza sono pieni di elementi arabi/iracheni: nomi di persone, nomi di luoghi, molte immagini poetiche e narrative. Questi elementi, però, non influiscono sulla comprensione del testo, e credo, o almeno spero, lo rendano più affascinante e distinto. Gli elementi linguistici, invece, sono molto rari. Non li uso, a meno che non siano proprio necessari. Questa è, al momento, la mia visione.

Hai già pensato all’autotraduzione? Se sì, cambi molto il testo originale traducendolo nell’altra lingua?

L’ho già fatta in realtà. All’inizio, quando conoscevo modestamente l’italiano, scrivevo i testi in arabo e li traducevo in italiano. Ad un certo punto ho cominciato a scrivere, tranquillamente, in italiano e le cose sono cambiate. Tuttavia, adesso io non scelgo la lingua con cui scrivere il testo, ma è il testo stesso che s’impone in una lingua o nell’altra. Non posso saperlo né deciderlo, succede e basta. Per cui succede che un testo mi viene in arabo, e quindi devo poi tradurlo. La traduzione, in questo caso, è un lavoro meraviglioso. Noi, solitamente, quando scriviamo nelle nostre lingue, tale lingua ci trascina, siamo soggetti ai suoni, alle metafore, al suo fascino e alle varie combinazioni che ci portano con sé. La traduzione, in generale, ti fa capire il vero valore di un testo: rendendolo in un’altra lingua, scopri le cose superflue, gli eccessi, la debolezza di espressione e come rendere meglio il concetto. Tutte queste cose mi sono di grande aiuto nel mio lavoro di scrittura. Per cui certi testi, anche se non ti traduco sulla carta, cerco di tradurli in testa, per capire come funzionano.

Infatti, la mia raccolta di poesia ha molti testi scritti, originariamente, in arabo, successivamente tradotti in italiano. Anche se la maggior parte sono scritti direttamente in italiano.

In quanto poeta e traduttore, pensi che la poesia possa essere tradotta solo da un poeta?

Sicuramente è meglio che il traduttore della poesia sia un poeta, può riuscirci meglio. Ma questo lavoro non è riservato solo al poeta. Avendo gli strumenti adatti, il lavoro può essere svolto anche da una persona che non scrive poesia. E dico non scrive poesia perché ci sono molti che non lo fanno, ma che sono poeti, e ci sono altri che scrivono “poesia” ma non sono per forza poeti!

Parli spesso della situazione irachena, tra guerre, occupazioni, l’ISIS e la rivoluzione. Se poeti, scrittori e intellettuali prendono parte attiva alla mobilitazione nazionale attraverso le loro opere, secondo te come possono i traduttori partecipare al cambiamento tramite la traduzione? Anche tu, quando traduci, senti di riuscire a militare? O lasci che siano solo il poeta e lo scrittore a esprimersi su queste vicende?

Ogni attività culturale e artistica può militare per una lotta, un’ingiustizia o una qualsiasi questione. E il lavoro di traduzione, oggigiorno, è fondamentale più che mai. Il modo di oggi è intrecciato e connesso in maniera incredibile, nel bene e nel male, anche se crediamo non lo è. Basti pensare, ad esempio, alla pandemia del (COVID-19) che stiamo vivendo: è iniziata con una persona in estremo Oriente, in Cina, ed è finita a diffondersi in tutto il globo, e a mettere tutto il mondo in ginocchio.

La traduzione, dunque, riesce a portare una piccola questione dal piano locale al piano internazionale, in pochi minuti, grazie ai social network. Per cui i traduttori sono essenziali più che mai.

Come senti il mercato italiano rispetto alla letteratura in lingua araba? So che ci sono dei finanziamenti per tradurre dall’arabo e inizio a percepire un certo fermento (è nata da poco anche Arabpop, una rivista di arti e letterature arabe contemporanee), ma alla fine dei conti quanto della letteratura araba in generale, o irachena in particolare, entra nel nostro Paese?

In realtà ci sono pochissime opere letterarie che arrivano all’Italia, tradotte dal mondo arabo. Non ho conoscenza dei finanziamenti a cui ti riferisci, e comunque non credo siano mai all’altezza. Quando parliamo del mondo arabo ci riferiamo a 22 paesi, a una quantità immensa di produzione letteraria, di cui arriva veramente una percentuale misera. Questa, da una parte, è colpa degli stessi paesi arabi che non hanno un progetto vero e proprio per trasmettere la propria cultura letteraria, dall’altra vi è l’eurocentrismo. E’ vero che il lavoro di traduzione dalla cultura araba è in crescita, ma è sempre un lavoro individuale, e non è un progetto comune. E l’interesse è sempre da parte di piccole case editrici che, seppur fanno un lavoro immensamente apprezzato e ammirevole, hanno i propri limiti, rispetto alle grandi case editrici che non hanno un minimo interesse per la letteratura araba. Personalmente sono cosciente del problema, e ho cercato di creare un fronte comune, un progetto in cui unire tutte le forze, che sono tante ma un po’ disperse, per dare risalto alle traduzioni dalla cultura araba. Purtroppo, al momento, non ci sono riuscito, ma sicuramente tenterò più avanti!

Quali autori e autrici di lingua araba tradotti in italiano, da te o da altri, ci consigli di leggere?

Ci sono molte opere da leggere, potrei consigliarne alcune e si può trovarne molte cercando il nome dell’autore/ autrice o del traduttore/ traduttrice:

(Undici pianeti) di Mahmud Darwish, (Le istruzioni sono all’interno) di Ashraf Fayad, (In guerra non mi cercate) antologia di vari autori, (Agar prima dell’occupazione/ Agar dopo l’occupazione) di Amal al-Juburi, (A causa di una nuvola probabilmente) di Wadih Saadeh,(Il luogo stretto) Faraj Bayrakdar,(Una piccola morte) di Mohamed Hasan Alwan, (Il matto di piazza della Libertà) di Hassan Blasim, (Fuga dalla piccola Roma) di Haji Jabir, (L’italiano) di Shukri al – Mabkhout, (I cuori sono ruscelli che scorrono) di Inaam Kachachi, (Canna di bambù) di Saud al – Sanousi, (Dita di datteri) di Mohsin al-Ramli, (Delitto a Ramallah) di Yahya Abbad, (Cani sciolti) di Muhammad Aladdin, (Papa Sartre) di Ali Badr, (Frankenstein a Baghdad) Ahmed Saadawi, (Azazel) di Yusuf Zaydan, (Il pane nudo) di Mohamed Choukri,(Elogio dell’odio) di Khaled Khalifa.

Mi piacciono molto le tue poesie, e consiglio a tutti e a tutte di dare un’occhiata alla tua raccolta. Potresti lasciarne una qui, giusto per averne un assaggio? Grazie!

Vi lascio due testi inediti, che narrano una vera e vissuta storia:

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