INTERVISTA A RYOSUKE IIDA [A CURA DI DEBORA CARLACCHIANI]

Ryosuke Iida, traduttore giapponese trapiantato nell’entroterra marchigiano, opera nel settore editoriale da più di venti anni ma si occupa anche di traduzioni in ambito tecnico-scientifico, commerciale, turistico, culturale e giornalistico, nonché di interpretazione di trattativa. Ha curato la versione giapponese di molti titoli italiani, tra cui quelli di Paolo Giordano, Massimo Recalcati, Tiziano Terzani, Fabio Geda e non da ultimo la saga bestseller internazionale di Elena Ferrante, L’amica geniale (qui trovate i suoi contatti e profili social: www.iidaryosuke.com, www.traduzionegiapponese.com).

Con lui abbiamo parlato del suo percorso professionale, di editoria e del ruolo che la lettura ricopre nella società nipponica: uno spunto interessantissimo per cogliere differenze e trend del settore editoriale a livello mondiale.

Come è nato il tuo interesse per le lingue straniere (soprattutto l’italiano) e come sei diventato traduttore?

Ho studiato cinese alla Nippon University e ho proseguito lo studio della lingua in Cina dopo essermi laureato: lì, circa 20 anni fa, ho incontrato una ragazza italiana che studiava cinese pure lei e l’ho seguita fino in Italia, dove mi sono messo a studiare anche l’italiano presso l’Università per Stranieri di Perugia. Lei è mia moglie da 17 anni e tutt’ora abitiamo nel suo paese natale con due figlie.

All’epoca, diventare traduttore non era ancora la mia ambizione, ma visto che avevo studiato la lingua italiana e che non avevo nessuna particolare specializzazione da sfruttare per trovare qualche lavoro, ho provato a lavorare come traduttore freelance inviando il curriculum e sostenendo prove con diverse agenzie di traduzioni.

Devo ammettere però che sono sempre stato un topo di biblioteca e scrivere libri con le mie mani era il mio sogno nel cassetto.

Nel frattempo, ho vinto anche un concorso di traduzione di libri per l’infanzia, aperto solo ad aspiranti traduttori che non avevano mai pubblicato libri. Era un premio legato alla Bologna Book Fair e organizzato da un distretto di Tokyo che si chiama Itabashi.

Dopo l’11 settembre, quando ero già in Italia da 3 o 4 anni, mi sono imbattuto nel libro di Tiziano Terzani “Lettere contro la guerra“: mi ha commosso talmente tanto che ho voluto presentarlo pure nel mio paese. Inizialmente volevo solo farlo conoscere in qualche modo là e trovare qualcuno che lo traducesse. Tuttavia l’autore, contattato via e-mail, gentilmente mi ha incoraggiato a tradurlo di persona e alla fine ho trovato il modo di pubblicarlo tramite il fortunato aiuto di varie persone. Quello è stato il primo libro che ho tradotto e pubblicato: da quel momento ho cominciato a sognare di diventare traduttore editoriale sul serio.

Ti occupi principalmente di traduzione editoriale: puoi descriverci il mercato giapponese in questo settore? Vengono tradotte molte opere straniere?

Vengono tradotte tante opere straniere, sì. Forse troppe, tanto che non promuovono molto i libri “vecchi” ma solo quelli appena usciti, e la ristampa non avviene quasi mai a meno che non si tratti di bestseller o di classici. In questi 17 anni ho tradotto più di venti titoli ma solo due o tre sono stati ristampati. Penso che noi traduttori editoriali giapponesi siamo in un certo senso più rispettati di quelli italiani. I nostri nomi, infatti, sono sempre sulle copertine accanto a quelli degli autori. Nella maggior parte dei casi veniamo pagati con i diritti d’autore, un 5-8 % sul numero di copie stampate (quindi non sul numero di copie effettivamente vendute). Ma comunque anche il nostro mercato editoriale è in crisi. Fino a 30 anni fa le prime edizioni di libri stranieri venivano stampate tranquillamente anche in dieci mila copie e un traduttore di libri poteva campare traducendo magari 3 – 4 libri all’anno; purtroppo oggi non è più possibile vivere solo di questo mestiere.

Che ruolo ricopre la lettura nella società giapponese?

Non ho numeri concreti, ma la mia impressione è che i giapponesi leggano molto più degli italiani, anche se oggi al mondo si leggono molti meno libri rispetto al passato per via di altri svaghi come smartphone e internet. In qualsiasi scuola giapponese, dalle elementari ai licei, troviamo biblioteche gestite da studenti. Mi ricordo anche il pulmino della biblioteca comunale che passava ogni tot di giorni vicino casa nostra e che offriva il servizio a quegli utenti che non avevano tempo di andarci. In Giappone si regalano spesso anche buoni per l’acquisto di libri, utilizzabili su tutto il territorio nazionale, in occasione di compleanni o ricorrenze speciali come l’inizio dell’anno scolastico o eventi legati alla crescita dei bambini.

Hai curato la traduzione giapponese della saga di Elena Ferrante, L’amica geniale, che in Italia è diventato un vero e proprio caso editoriale come anche nel resto del mondo. Qual è stata la tua prima impressione del testo e quali sfide hai dovuto affrontare durante il processo traduttivo?

Per fortuna ho trovato pochissimo dialetto napoletano nella quadrilogia, quindi da questo punto di vista non ho avuto grandi problemi, poi il testo è abbastanza facile da comprendere. L’unica difficoltà a livello tecnico è stata la lunghezza: quattro volumi, più di 1600 pagine! Ho dedicato circa tre anni della mia vita a quest’opera.

Un altro aspetto difficile è stato il comprendere l’atmosfera dell’epoca, quella degli anni 50-70 in Italia, dal momento che non l’ho vissuta realmente. Ho guardato diversi film dell’epoca per facilitarmi a raffigurare le scene del romanzo nella mente (perché la traduzione non è altro che descrivere con la tua lingua la scena che vedi nella tua mente quando leggi il testo originale).

Qual è l’opera/il testo che hai tradotto di cui sei più orgoglioso? E quello più interessante dal punto di vista dei contenuti e/o dello stile narrativo?

Forse proprio il libro di cui ora sto correggendo la bozza: “Qualcosa sui Lehman” di Stefano Massini. È un’opera molto particolare che l’autore chiama romanzo-ballata. Stilisticamente è a cavallo fra poesia, sceneggiatura e prosa. Ben 793 pagine di lunghissimo viaggio, anche questo. Per il contenuto forse “Lettere contro la guerra” di Terzani e “Nel mare ci sono coccodrilli” di Geda: entrambi parlano di attualità, cioè del mondo che viviamo, del quale forse tanti lettori giapponesi ancora non si rendono conto vivendo in un arcipelago nell’estremo oriente e che in un certo senso è un mondo a sé. Da questo punto di vista potrei forse aggiungere anche “Il corpo umano” di Giordano che parla di una troupe italiana in Afghanistan. In generale, secondo me, i libri che ti portano dove altrimenti non riusciresti ad arrivare realmente sono quelli più preziosi: sono dei ponti che ti servono per capire il mondo e infine anche, e soprattutto, te stesso.

Quali sono, a tuo avviso, le maggiori difficoltà quando si traduce tra due lingue così diverse come l’italiano e il giapponese? Qualche consiglio su come affrontarle? (o come le affronti tu?)

Abbiamo pochissimi dizionari per la combinazione italiano-giapponese! Per me è stata essenziale, e lo è tuttora, la presenza di mia moglie a cui posso fare domande se non comprendo bene qualche frase, anche se purtroppo lei non comprende il giapponese. Trovare un bel partner linguistico, o una rete di colleghi disponibili (sto provando a organizzare su LinkedIn un gruppo di traduttori ITA-JA) è sicuramente di grande aiuto. Spesso e volentieri non bastano i dizionari. Personalmente consiglio sempre di provare a fare domande anche agli autori quando ci si trova proprio in difficoltà durante il lavoro di traduzione di libri (ovviamente dopo le notti di agonia per le frasi incomprensibili!)… normalmente sono molto disponibili. L’Italiano-giapponese è proprio una bella combinazione che ti fa capire profondamente il senso dell’antico detto “traduttore traditore”: facciamo l’impossibile, compiamo acrobazie e affrontiamo un bel rompicapo tutti i giorni.

Se potessi scegliere, quale opera o quale autore del presente o del passato ti piacerebbe tradurre? Perché?

Il Commissario Montalbano. Amo sia la versione televisiva che quella dei libri, e anche la terra di Sicilia. E anche perché finora ne sono stati tradotti in giapponese soltanto due dei tantissimi volumi della serie così popolare qui in Italia. Mi piacerebbe tradurre anche il romanzo “Vicini e lontani” di Tognolini, che affronta il tema immigrati-rifugiati (un tema sempre più importante anche nel mio paese natale) in modo estremamente reale e che lo racconta con il linguaggio fantastico. Non so perché, ma quest’opera mi ha ricordato “Le mille e una notte“… Ve ne consiglio vivamente la lettura!

La cultura giapponese, come altre culture asiatiche, è profondamente legata a una dimensione spirituale e meditativa: puoi condividere un proverbio o un’espressione giapponese da dedicare ai nostri colleghi traduttori e interpreti?

Non amo molto fare il monaco zen davanti ad amici occidentali: è troppo facile e superficiale. Oggi si parla di spiritualità orientale in maniera troppo “istantanea”, facile e veloce. Detesto questo tipo di spiritualità commerciale e non vorrei diventarne l’ambasciatore. Secondo me sarebbe meglio per voi tornare alla radice cristiana, a quella romana-greca o semplicemente alle passeggiate in campagna insieme a San Francesco o a qualche poeta locale. Non può essere che dovete andare per forza a cercare la spiritualità così lontano.

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