Uno dei settori della traduzione che viene spesso dato per scontato riguarda il mondo degli audiovisivi. Sottotitolaggio, adattamento, voice-over, simil sync… Tutto questo riguarda i prodotti destinati al grande e al piccolo schermo. La bottega dei traduttori ha deciso di sondare un po’ il terreno e approfondire questi argomenti con Alessandra Binda, libera professionista traduttrice che lavora in questo settore da circa due anni.

Ciao Alessandra, grazie mille del tempo che ci dedicherai.

alessandra-bindaQual è stato il tuo percorso di studi? Perché hai scelto di specializzarti in questo settore?

Mi piace tradurre perché mi entusiasma l’idea di mettere in contatto due culture e di scavare a fondo nei significati delle parole a tutti i livelli. Mi affascina inoltre la grande varietà di settori che comprende il vasto mondo della traduzione e il fatto che con questo lavoro non si smetta mai di imparare.

Per quanto riguarda il percorso di studi, la prendo larga. Il mio amore per le lingue e le culture straniere è nato per caso alle scuole medie: già l’inglese mi piaceva molto e quando mi hanno proposto un corso di tedesco facoltativo (ai tempi la seconda lingua non era ancora obbligatoria), ho accettato incuriosita. Da lì ho capito che le lingue straniere erano il mio futuro e ho deciso di studiare al liceo linguistico, nonostante gli avvertimenti delle prof: “Alessandra, tu sei brava e puoi fare di tutto, ma il linguistico è pesante. Non preferiresti uno scientifico bilingue piuttosto?” No. Sono sempre stata testarda e determinata. Volevo fare il linguistico e l’ho fatto. È vero, sono stati anni di studio intenso, di lacrime e sudore. Ma in quella scuola ho sviluppato le competenze che mi hanno permesso di proseguire il mio percorso e ho avuto le mie prime piccole incursioni nell’affascinante mondo della traduzione. Già in quarta superiore non avevo dubbi: sarei diventata una traduttrice. Dopo il liceo ho deciso di studiare Lingue e Letterature Straniere a Bergamo, per continuare a coltivare la mia passione per la letteratura e l’arte, oltre che per le lingue, ma avevo già adocchiato le Scuole Civiche di Milano. Finito il triennio ho infatti scelto di specializzarmi in Traduzione proprio in quell’istituto, optando in particolare per l’audiovisiva all’ultimo anno. Le Civiche sono state il vero trampolino di lancio verso il mondo del lavoro, con le numerose ore di esercitazioni in ogni tipo di traduzione possibile e il carico immane di compiti (sì, compiti! Sempre traduzioni ovviamente) che avevamo ogni settimana. Insomma, è stata dura, ma non cambierei una virgola del mio percorso di studi, perché ogni piccolo passo mi ha portato dove sono ora.

Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono avvicinarsi a questo settore?

Consiglio innanzitutto di fare tanto esercizio, seguendo un corso di traduzione audiovisiva, che può essere indifferentemente una laurea specialistica all’università, un corso intensivo, qualche lezione online, un tirocinio sul campo (se siete fortunati!) o qualsiasi altra cosa. L’importante è acquisire le basi di questo tipo di traduzione, perché in questo settore non basta saper tradurre bene, bisogna anche avere delle abilità tecniche particolari. Ad esempio, nel caso dei sottotitoli, è necessaria la padronanza di un software adatto allo scopo e la capacità di rispettare le lunghezze, andare a capo nel punto giusto. Mentre nella traduzione per il doppiaggio c’è tutta la questione dell’adattamento di cui parlerò più avanti.

Un altro consiglio che mi sento di dare a chi cerca lavoro in questo campo è di non proporsi direttamente agli studi di doppiaggio, ma di cercare piuttosto agenzie di traduzione audiovisiva con le quali collaborare. Spesso i tempi sono stretti, il materiale è tanto ed è quindi necessaria la collaborazione di più traduttori a uno stesso progetto.

Cosa ne pensi dei fansubber? Pensi che questa esperienza possa essere utile per entrare nel mondo della traduzione professionale?

Aargh! I fansubber sono la rovina del mondo della traduzione audiovisiva! Ci rubano il lavoro! Ehm, sto scherzando ovviamente. Alcuni miei colleghi la pensano così, ma io non credo che il mio lavoro sia in pericolo per colpa dei fansubber, così come non credo che la pirateria informatica sia la rovina del mondo del cinema. Personalmente non ho fatto questo tipo di esperienza, ma ho un paio di amici molto attivi in questo campo. Secondo me è un’ottima palestra per chi vuole intraprendere la strada della traduzione audiovisiva, perché, oltre a permettere ovviamente di esercitarsi coi sottotitoli, aiuta anche ad acquisire una certa dimestichezza con vari programmi per la creazione di sottotitoli e a imparare a rispettare gli standard e le norme editoriali stabilite dalle varie comunità di fansubber, capacità molto utile nel mondo del lavoro, in cui ogni committente ha le sue fisime.

Ti va di spiegarci qual è la differenza tra sottotitolazione e adattamento, simil sync, voice-over e sync?

multimediaLa grande differenza fra sottotitolazione e traduzione per il doppiaggio è il fatto che i primi trasformano un discorso orale, che lo spettatore comunque sente, in un discorso scritto, mentre la seconda rimane nella sfera uditiva e non permette un confronto fra originale e traduzione. Nella traduzione per il doppiaggio il 50% del lavoro è costituito dall’adattamento. Con questo termine si intendono la rilevazione dei Time Code di inizio e fine di ogni singola battuta, la segnalazione di pause e versi di qualunque tipo e l’aggiustamento della lunghezza della battuta in base al tempo a disposizione e, nel caso del sync, in base anche al movimento delle labbra dei personaggi. Quest’ultimo tipo di adattamento, in cui l’audio doppiato sostituisce completamente quello originale, è di norma utilizzato per doppiare film e serie tv. Spesso la figura dell’adattatore dialoghista, che deve avere particolari competenze, è separata da quella del traduttore vero e proprio. Simil sync e voice over sono invece le tecniche tipiche dei documentari e dei reality. In questo caso il traduttore è la maggior parte delle volte anche adattatore. Voice over significa che l’audio originale viene abbassato e sopra si registrano le voci doppiate con un volume più alto, senza che i tempi dei due coincidano perfettamente. Negli ultimi anni il proliferare di prodotti audiovisivi che sono una via di mezzo fra documentario e reality, i docu-reality, appunto (i vari talent o le competizioni tipo “MasterChef”, i programmi che seguono le vite più o meno reali di persone comuni in varie situazioni come “Abito da sposa cercasi”, “Affari di famiglia” e simili), hanno visto l’affermarsi di un nuovo tipo di adattamento, il simil sync. La tecnica è la stessa del voice over, ma si fa molta più attenzione a rispettare i tempi dell’originale, comprese le pause e i versi.

Parlaci del tuo primo incarico professionale. Cosa hai tradotto? Quali emozioni hai provato? Ci sono aneddoti divertenti?

Il mio primo incarico di traduzione audiovisiva in assoluto è stata la sottotitolazione di alcuni documentari per la prima edizione del City Film Festival di Napoli. Uno in particolare mi ha entusiasmata: “London, the Modern Babylon” di Julien Temple, che ripercorre la storia della città di Londra seguendo il filone tematico della multiculturalità. Ricordo di aver apprezzato molto le musiche e, infatti, ogni giorno avevo una nuova canzone che mi frullava per la testa e con la quale puntualmente tormentavo il mio ragazzo: “Ma la conosci questa? Senti che bella!”.

Per quanto riguarda il doppiaggio, invece, il mio primo lavoro per l’agenzia con la quale collaboro tutt’ora è stata la traduzione di alcuni episodi di MasterChef Australia. Un bell’inizio col botto, visto che i tempi erano stretti e l’adattamento non era dei più semplici, soprattutto per una traduttrice alle prime armi. Ricordo la grande ansia di aver fatto qualche cappellata per la fretta ogni volta che consegnavo, anche se per fortuna venivo revisionata dalla titolare dell’agenzia, sempre molto disponibile a consigliarmi e farmi capire dove avevo sbagliato. A questo proposito, una volta mi ha restituito la mia traduzione revisionata commentando con un sibillino “qualche ingenuità”. Incuriosita, ho aperto il file e ho subito capito di cosa si trattava: avevo tradotto tutte le occorrenze di “bird” (che in questo caso era un fagiano) con “uccello”! Per cui erano uscite frasi del tipo: “Fra gli ingredienti a vostra disposizione, attenti a usare bene l’uccello”. Imbarazzante. Comunque ho anche ricordi molto positivi legati a questo primo incarico, come la grande emozione che ho provato quando ho visto alla televisione uno dei miei episodi doppiati. La prima volta è stato entusiasmante, ma tutt’ora è molto piacevole, perché ho l’impressione che le mie parole suonino davvero bene quando sono recitate da un professionista e tutte le insicurezze che avevo mentre le scrivevo scompaiono in un attimo. A volte in casa mi capita di sentire la televisione accesa in un’altra stanza e di correrci davanti urlando: “Questo l’ho tradotto io!”. È sempre una bella soddisfazione.

Cosa bolle in pentola? Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sono molto aperta riguardo a quello che mi riserverà il futuro. Per ora preferisco fare tanta esperienza in questo ambito, traducendo soprattutto documentari e docu-reality, ma mi piacerebbe molto anche imparare l’adattamento in sync o comunque variegare il mio campo d’azione. A proposito, giusto qualche giorno fa ho tentato il test di sottotitolazione per diventare collaboratrice di Netflix. Non so ancora come sia andata. Ditemi in bocca al lupo!

Wow! In bocca al lupo!

In realtà avrei anche un altro sogno nel cassetto, ma al momento non mi sono attivata per realizzarlo, anche perché non saprei da che parte cominciare. Mi piacerebbe avere l’occasione di tradurre un libro per bambini. Sono una fan della letteratura per l’infanzia.

La Bottega dei traduttori nasce per dare risalto ai classici della letteratura straniera mai tradotti o meno noti del panorama letterario mondiale. Ti piacerebbe (ri)tradurre un classico? Quale?

Domanda importante. Il mio classico preferito di tutti i tempi è 1984 di Orwell. Adoro i romanzi distopici e trovo incredibile come Orwell riesca a farci riflettere ancora oggi. Sarebbe un onore poterlo ritradurre, nonché una grande sfida, basti pensare ai termini in neolingua e alle stesse riflessioni sul linguaggio. Ma ricollegandomi al mio sogno nel cassetto, mi piacerebbe molto ritradurre anche un classico per l’infanzia, in particolare uno di Roald Dahl, autore che trovo geniale e del quale ho letto un buon numero di libri da piccola. Troppo mainstream per i vostri gusti?

Assolutamente no; è il mio autore per l’infanzia preferito! Semplicemente geniale!

Grazie ancora per aver risposto alle nostre domande. Sono sicura che le tue risposte saranno preziose per chi vuole avvicinarsi a questo campo della traduzione.

 

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One thought on “Intervista ad Alessandra Binda: tra reality e letteratura per l’infanzia [a cura di Carolina D’isanto]

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