La musica è stata sempre mia compagna di vita. Mi ha seguito per anni in modi più o meno indiretti. Io, ricambiandola, l’ho in-seguita nelle più strampalate e affascinanti esperienze che abbia mai vissuto. Alla genesi del nostro engagement quasi professionale, per essere più precisi in occasione dei miei esami di maturità, presentai una tesina che analizzava i personaggi della Cavalleria Rusticana. Quattro anni più tardi tenevo orgogliosamente in mano la mia tesi di laurea: Traduzione e musica. Uno studio sulla combinazione linguistica giapponese-italiano. L’idea balzana era nata durante il mio soggiorno studio in Giappone, durante il quale avevo avuto la fortuna di entrare a far parte di un coro universitario (“fortuna” perché i giapponesi prendono tutto maledettamente sul serio e io, l’ultima gaijin arrivata, non ero qualificata per partecipare al concerto di fine semestre avendo saltato completamente le prove antecedenti il mio arrivo in Giappone. Ovviamente i miei quasi 12 anni di esperienza nel canto corale non erano abbastanza per ovviare al problema. Ma non temete, amo ancora il Giappone, nda).

Ho continuato a seguire quel fil rouge durante i miei studi, approfondendo a livello accademico la relazione tra musica e traduzione che tuttora continua genuinamente ad affascinarmi. In realtà, la bibliografia sull’argomento è ben più esigua rispetto ad altri settori, come ad esempio la traduzione teatrale, ma credo che il motivo sia ben preciso: la traduzione di testi musicali (testi verbali composti, collegati, aggiunti o sincronizzati ad una composizione musicale) viene spesso osservata a debita distanza a causa delle effettive difficoltà metodologiche che essa comporta e all’approccio multidisciplinare che noi traduttori siamo tenuti a rispettare per non compromettere la validità della disciplina stessa. Inoltre i confini non ben definiti tra traduzione, adattamento, versione, riscrittura e la diffusione di traduzioni anonime e non ufficiali dei testi musicali hanno spesso ostacolato l’utilizzo di tecniche traduttive canoniche. Ancor più difficile è trovare un traduttore a cui sia stata commissionata la traduzione di un testo di musica leggera, perché di norma sono altri professionisti ad occuparsene, come cantautori, scrittori, poeti, ecc. Ecco allora che il confine tra traduzione e adattamento diventa sempre più sottile.

Tuttavia, nel corso degli anni alcuni teorici e studiosi hanno proposto delle strategie pratiche che un fantomatico e direi fortunato traduttore potrebbe applicare nel caso si trovasse di fronte a un testo musicale. Da dove partire dunque? Dovremmo procedere per priorità. Analizzare il testo di partenza e capirne la destinazione è pratica ben conosciuta e rispettata, ma cosa cambia quando si ha tra le mani un libretto d’opera, la colonna sonora di un cartone animato (come non citare Frozen) o il copione di una commedia musicale? Il semplice fatto che il nostro testo dovrà essere cantato. Quindi quello che dovremmo auspicabilmente ottenere è una traduzione cantabile!

A questo proposito, Peter Low presentò un approccio che egli stesso definì il Principio del Pentathlon, basato appunto su cinque criteri:

cantabilità (l’effettiva possibilità di riprodurre il testo tradotto alla velocità e con i requisiti di un’esibizione artistica, prestando attenzione al rapporto tra vocali e note, tono di voce, schema sillabico);

senso (accuratezza semantica di primaria importanza. In un genere testuale in cui il numero di sillabe è importante, la necessità di manipolare il senso sorge altrettanto spontanea);

naturalezza (il testo di una canzone deve comunicare efficacemente al primo ascolto, per evitare un inutile sforzo elaborativo da parte del pubblico);

ritmo (il dovere del traduttore implica un alto livello di fedeltà nei confronti del ritmo della composizione originale);

rima (lo scopo è di ottenere un risultato il più possibile vicino allo schema di rime originale senza stravolgere gli altri elementi del testo).

Laddove non sia possibile rispettare tali caratteristiche ai fini di ottenere una traduzione cantabile, le eventuali tecniche da mettere in atto risulterebbero ben più drastiche, come ad esempio la scelta di modificare la musica originale. In questo caso saremmo costretti ad avvalerci dell’aiuto di svariate figure professionali, transitando su un piano ben diverso da quello della “semplice” traduzione, con il rischio (o semplicemente possibilità) di sfociare in un vero e proprio atto originale di creatività artistica. Un po’ come quando si inizia impastando un ciambellone e si finisce col tirar fuori dal forno una grande fetta biscottata. Rotonda e col buco, ma pur sempre buona!

Non è un mistero che nella traduzione musicale la musica influenzi qualsiasi altro conflitto metodologico. E come se non bastasse, la mia esperienza ha sottolineato un altro importante fattore da tenere in considerazione: quando ascoltiamo musica proviamo emozioni. Beh, a questo punto un approccio “emotivo-centrico” non sembrerebbe poi così strano. Da traduttrice e appassionata di musica mi sono chiesta perché non provare a riprodurre la stessa sensazione che quel brano ha suscitato in me? Perché non tradurre le sue sonorità, la sua poesia, il suo ritmo dopo averli assimilati ed elaborati sotto forma di emozioni? Una visione alquanto romantica, direte voi. O alquanto inappropriata, penseranno altri. Sì, lo ammetto. Ma ho imparato ad ascoltare musica attraverso le orecchie di una traduttrice e a tradurre attraverso la mano di una musicista. Che sia forse questa la chiave?

Debora Carlacchiani

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3 thoughts on “Translation Impossible: quando la musica incontra la traduzione [a cura di Debora Carlacchiani]

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